Scampia. Italia.
Un altro quartiere, un'altra città, un altro stato, un altro mondo.
Ma che c’entra Saviano?

Che Scampia nel sistema mediatico sia assurto a metafora del degrado è una ferita che brucia e offende la sensibilità della gente onesta del quartiere.
E’ inammissibile che, ogni volta che nel paese accada qualcosa di raccapricciante, stampa e tv si sentano in dovere di citare Scampia; quasi che l’orrore non possa spiegarsi da sé, ma necessiti di Scampia per poter essere destrutturato e compreso.
Quanto fa male quel “come accade a Scampia”, che viene ripetuto come un mantra!
Ma che c’entra Saviano con tutto questo?
Quasi che i fatti da lui narrati se li sia inventati.
“Gomorra” ha avuto il merito di portare al centro delle priorità nazionali il problema della criminalità organizzata, denunciando l’esistenza di un sistema affaristico mafioso, cui non sono estranei ambienti politici e del ceto borghese, al Sud come al Nord. E Scampia occupava una minima percentuale del suo racconto. Centrale era il sistema camorristico, la narrazione di come i suoi tentacoli soffocano la società civile nel silenzio e nella complicità di tanti insospettabili.
Anche nel film, Scampia occupava solo una parte della narrazione, che comprendeva anche la storia del sarto e dei cinesi che volevano apprenderne l’arte, la storia del trafficante di rifiuti tossici che si accorda con imprenditori del Nord, e infine quella dei due ragazzi del casertano che si appropriano di armi della camorra.
Vietare è sempre negativo, più che vietare occorre dar voce anche ad altre voci, perché Scampia è una realtà plurale, che necessita di venire alla luce. E non mancano opere letterarie, che hanno cercato di narrare l’altra faccia di Scampia, quella che ne svela la complessità, il suo non essere tanto diverso da altri quartieri.
La minaccia del presidente della VIII Municipalità di Napoli, condivisa anche dal nostro Sindaco, di non autorizzare l’utilizzo del quartiere di Scampia per le riprese di una serie tv ispirata al libro “Gomorra”, al di là delle effettive intenzioni, sembra davvero voler “spostare l’attenzione dal problema al racconto del problema”.
E’ innegabile che a Scampia ci sia una guerra con morti ammazzati un giorno sì e l’altro pure e con episodi raccapriccianti che nessun autore di fiction avrebbe mai ipotizzato, quali l’esplosione in strada di bombe e regolamenti di conti all’interno dei viali di una scuola dell’infanzia.
Episodi raggelanti, indipendentemente dal libro di Saviano e dal film di Matteo Garrone che hanno solo posto il problema, col risultato di “portare risorse e attenzione a un territorio” pressoché dimenticato.
Se si vuole veramente che Scampia rientri in una normalità accettabile, la politica affianchi magistratura e forze dell’ordine, dando attuazione ad alcune richieste della società civile, che nel quartiere esiste e (r)esiste: portare l’università a Scampia, dotare la stazione del metrò delle gigantografie dei murales di Felice Pignataro, curare il tanto verde che c’è, costruire qualche piazza, delle strade da passeggio, dare spazio e sostegno alle tante associazioni ivi operanti, non far morire una realtà come il Mammut, ecc.
Lo striscione, esposto e poi rimosso l’11 gennaio u. s. durante l’assemblea indetta dall’VIII Municipalità con su scritto “SCAMPIAmoci da Saviano”, getta una ulteriore ombra su Scampia, che il quartiere non merita: la gran parte dei residenti sa che il problema di Scampia non è Saviano.

di Salvatore Tofano