Scampia. Italia.
Un altro quartiere, un'altra città, un altro stato, un altro mondo.
Le periferie andrebbero abolite!

Dell’episodio non vi fu traccia né sulla carta stampata né in TV. A dire il vero, dello stesso carnevale non c’era traccia sui grandi mezzi di informazione. Del resto, stampa e TV avevano creato il mostro, la Scampia del degrado, dove c’è solo spaccio e droga, e non avevano alcun interesse a mostrarne gli aspetti positivi, a normalizzarne l’immagine. Meglio il silenzio. Chi non va in TV non esiste. Il carnevale non va in TV. Il carnevale non esiste. Questo il sillogismo della disinformazione, che stigmatizza Scampia. Silenzio assoluto sulle cose positive, prima pagina agli accadimenti che ne consolidano la negatività.

da “Lo strano caso di San Ghetto Martire” in “Scampia: la leggenda della vela che non voleva morire e altre storie”, Marotta&Cafiero editori

Scampia continua, contro ogni evidenza e ragionevolezza, a rappresentare la “metafora” del degrado.
Non si tratta di “voler difendere il quartiere” ma di smontarne lo stereotipo e confutare gli elementi costitutivi del pregiudizio.
La mala informazione, ogni volta che si parla o si scrive di Scampia, non è una novità, anzi con l’andare del tempo è diventata uno sport, una gara al massacro.
Faccio qualche esempio.
Dopo la proiezione in tv del film “Fortapash” sul giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra, seguì un dibattito. La conduttrice, nel sottolineare che lo speciale si teneva nella villa di un grosso boss, evidenziò che il sontuoso edificio insisteva a Posillipo e non a Scampia.
La villa era sul mare. E il mare era stato inquadrato. Che bisogno c’era di chiamare in causa Scampia, visto che a Scampia il mare non c’è? Ignoranza? Pigrizia mentale? Non so, ma di certo si continua a reiterare il riferimento al quartiere ogni volta che c’è da dare l’idea di un qualcosa di negativo. Che fare?
Secondo me, continuare a denunciare la cosa. Ma non bastano le parole. Occorrerebbero dei “fatti concreti” da parte delle istituzioni. Che so?
Dare seguito alla richiesta degli abitanti di abbellire la stazione del metrò di Piscinola Scampia con gigantografie dei murales di Felice Pignataro, il noto artista locale che tuttora i residenti ricordano con affetto. Inserirebbe il quartiere nel circuito del metrò dell’arte dal quale è tuttora escluso.
Realizzare finalmente il polo universitario fortemente richiesto dalle associazioni territoriali e promesso dalle istituzioni, di modo che la consapevolezza che anche nel nostro quartiere si fa cultura acquisti più evidenza.
Valorizzare in qualche modo l’antica cisterna romana, che insiste a pochi metri dall’incrocio tra via Labriola e via Galimberti, dando al quartiere anche un’identità storica. Insomma, realizzare delle piccole realtà, che rendano l’immagine di Scampia più composita e attraente.
Qualche mese dopo Buongiorno Regione e Tg3 Regione iniziarono una serie di servizi sulle periferie. Il primo ad andare in onda riguardava Scampia.
Si ebbe la sensazione che, diversamente da altre trasmissioni sul tema, non ci fosse stato il solito taglio che alla fine ti lascia la convinzione che a Scampia non ci sia altro che degrado e spaccio di droga.
Al di là di qualche siringa mostrata sull’erba e di qualche accenno allo spaccio, ricordo a braccio, si parlò finalmente delle associazioni, del volontariato e della società civile, che nel quartiere è viva e, nonostante i forti ostacoli, (r)esiste.
Eppure, il messaggio che passò lasciò comunque l’amaro in bocca. La sensazione che diede, almeno a me e a qualche amico che ebbi modo di sentire, fu quella di “un quartiere senza”.
Le associazioni interpellate lamentarono di non avere una sede propria. Un volontario, che dava lezioni di doposcuola ai bambini disagiati, dichiarò di essere stato minacciato e picchiato più volte, perché ciò dava fastidio alla camorra. Tutto vero e giusto da mettere in un servizio giornalistico, ma c’erano anche altre realtà da descrivere, che avrebbero offerto un quadro meno desolante, e che sono state ignorate.
Il Centro Hurtado, ad esempio, è un’ottima sede che accoglie tante attività di crescita civile e culturale, a cominciare dal caffè letterario. Mi sembra che non se ne parlò. Né si parlò della palestra Maddaloni o della cooperativa “L’uomo e il legno”. Come pure non si parlò del Gridas, che una sede ce l’ha anche se gli frappongono continuamente ostacoli amministrativi. Il Gridas è uno dei gruppi più antichi del quartiere. Organizza annualmente il carnevale e settimanalmente il cineforum. Non si parlò del periodico on line www.fuoricentroscampia che ha portato Scampia nel mondo e il mondo a Scampia. So che ci sono contatti persino con navigatori statunitensi. Eppure ci fu una lunga intervista col direttore di fuoricentro, il prof. Ernesto Mostardi, che sarebbe dovuta essere inserita nel servizio. Lo stesso intervento del prof. Aldo Bifulco risultò incomprensibile, essendo stata tagliata tutta la parte nella quale ribadiva che Scampia è il quartiere con il più alto tasso percentuale di verde pro capite della città oltre che il quartiere più giovane. Elementi non secondari e funzionali alla crescita dell’autostima in chi abita qui.
Certo ci sono tempi da rispettare e il montaggio ne deve tener conto. Certo da un punto di vista giornalistico alcuni aspetti fanno più audience di altri. Scampia però ha bisogno che, senza celarne le negatività, ne vengano messe in risalto anche le potenzialità.
Rai 3, come accennavo, aveva fatto un passo avanti in questa direzione, ma avrebbe dovuto avere ancora più coraggio. “Scampia è una realtà plurale” e questo “concetto” deve diventare patrimonio comune della comunicazione mediatica. Cosa che al momento non è. Si continua, infatti, a utilizzare mezze verità enfatizzate e assolutizzate, raccontando fatti di camorra verificatisi in altri quartieri o comuni limitrofi e presentandoli come accaduti a Scampia, o mostrando situazioni di degrado che non hanno a che fare col quartiere. Come una volta tutti i meridionali erano considerati napoletani così oggi ogni fatto di sangue o di degrado è attribuito a Scampia.
Giuseppe Finaldi, in una bella poesia apparsa su fdn, il mensile del quartiere, scrive: “Io sogno una città (…) senza periferie” e, soprattutto, che “le periferie spariscano dalle teste degli uomini”. Poi continua: “Sogno che la felicità di una donna, di un uomo, di un giovane, di un bambino, non sia così difficile se gli è capitato di vivere in periferia”.
Mi verrebbe da dire che ho anch’io lo stesso sogno. Solo che credo poco ai sogni, perché spesso restano tali. Però, sono della sua stessa idea: le periferie andrebbero abolite!
La periferia è concettualmente legata al “fuori”, a ciò che non riesce o non può stare “dentro”, a ciò che è marginale, a ciò che non è degno.
Ad essa, come a Cenerentola, spettano gli avanzi; se e quando avanzano.
Durante il famoso “rinascimento” bassoliniano, ad esempio, si pensò di fare bello il “salotto” della città, di valorizzare le potenzialità del centro storico, e già questo non è poco, ma le periferie furono abbandonate a se stesse, rinviando il loro recupero a un ipotetico domani, che come Godot non è mai arrivato.
La periferia è un luogo dove le cose valgono di meno indipendentemente dall’effettivo valore. Ci sono a Scampia degli appartamenti in parco che al Vomero, a Chiaia o a Posillipo vedrebbero il loro valore di mercato moltiplicato per tre o per quattro, se non per cinque.
E, se è così con le cose, è così con le persone.
Ho sentito di ragazzi respinti (o costretti a trasferirsi) da scuole di zone viciniori solo per la loro provenienza e di giovani che per le loro radici scampiesi trovano difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro.
Ormai si è valutati non in quanto persone, per i propri specifici meriti o demeriti, ma per appartenenze: Nord/Sud, centro/periferie, ricco/povero, cattolico/musulmano, di pelle bianca/di pelle scura, e così via.
Ci sono moltissime persone che non sono mai state coinvolte in incidenti stradali; eppure, le agenzie di assicurazione rc auto applicano loro contratti in sovrapprezzo solo in base al cap. Se abiti a Scampia paghi di più indipendentemente dalla tua correttezza di guida e, se fai anche un solo incidente, rischi di vederti negata l’assicurazione.
Tornando al nostro discorso sulle periferie, c’è anche da dire che la loro percepita (e reale) minorità deriva dal concentrato di povertà varie sul territorio, perché ci sono anche zone, periferiche solo da un punto di vista topografico, definite “residenziali”, che, essendo abitate prevalentemente da un ceto borghese medio alto, non godono (si fa per dire) della stessa discriminazione.
Abolire le periferie “teoricamente” non dovrebbe essere un obbiettivo irrealizzabile. Anzi, sembra “strano” che esse esistano. Non avrebbero mai dovuto essere concepite, perché, se la periferia è fattore di disuguaglianza, come andiamo affermando, essa è incostituzionale, in quanto la nostra Costituzione all’art. 3 ci avverte che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini.
Forse basterebbe organizzarci e pretendere nelle forme previste di legge che il dettato della Costituzione non sia un mero enunciato e che le istituzioni preposte rendano la norma esecutiva.

Salvatore Tofano