Scampia. Italia.
Un altro quartiere, un'altra città, un altro stato, un altro mondo.
Abitare a Scampia

“Come ti chiami?” chiese Bruno.
“Chiara” disse lei, tornando al suo posto, all’altro lato del barcone, accanto ai genitori.
Si rividero la sera durante lo spettacolo degli animatori e poi la mattina successiva sulla spiaggia; e tutte le sere e le mattine che seguirono.
Passarono i giorni, come avrebbe detto De Andrè, a chiedersi “un bacio e a volerne altri cento”.
Bruno ne era convinto: si trattava di “un piccolo grande amore”.
Perché allora quella domanda?
Perché rovinare tutto per un sciocca domanda?
Che le importava di sapere dove abitasse?
Facile per lei, che abitava a Posillipo, uno dei quartieri più “in” della città, chiedergli: “Dove abiti?”.
Poteva risponderle: “Abito a Scampia, nel megamercato dello spaccio di droga, dove c’è la hit dei morti ammazzati”?
Cosa avrebbe pensato? Che era anche lui uno spacciatore? O, peggio, un drogato?
In passato, gli era già capitato di rispondere che abitava a Scampia, ma ogni volta si era dovuto giustificare, assicurando che a Scampia non tutti si drogano, rubano o spacciano, che la maggior parte di chi ci abita è gente per bene.
Nell’interlocutore restava il sospetto.
Così gli era venuta la sindrome Troisi.
Massimo in “Ricomincio da tre”, stanco di ripetere a tutti che era un turista e non un emigrante, alla fine si era arreso e, anche se non era vero, aveva ammesso: “Sì, sono un emigrante!”.
Similmente, Bruno aveva realizzato che bastava rispondere che abitava da un’altra parte per evitare un inutile effluvio di banalità.
Del resto, perché sprecarsi con chi è convinto del contrario e sai che tale resterà?
Non la considerava una bugia, ma una strategia contestuale di igiene mentale.
“Che hai?” chiese Chiara.
“Perché?”
“D’improvviso, ti sei rabbuiato e non mi hai nemmeno risposto”
“Ah, già… mi hai chiesto dove abito…”
“E’ un segreto?”
“Conosci Scampia?”
“Ne ho sentito parlare, ho letto e visto Gomorra…”
“Ma ci sei mai stata?”
“Sei matto!?!…” disse lei.
“Io ci abito…”
Chiara lo guardò, arretrando visibilmente scossa.
“Dimmi che stai scherzando…”
“No, non sto scherzando: abito a Scampia!”
E fu la fine di un amore.

(da “Scampia: la leggenda della vela che non voleva morire e altre storie” di S. Tofano, Marotta e Cafiero editori, Napoli)

Abitare a Scampia già di per sé comporta disagio: non ci sono strade adatte al passeggio, mancano piazze dove ritrovarsi, non ci sono vetrine, cinema, teatri, librerie; i taxi spesso rifiutano di accompagnarti o chiedono un supplemento. Disagi, in parte, comuni a tutte le periferie.
Ovviamente, c’è lo spaccio di droga, ma questo è presente anche se in misura minore negli stessi quartieri bene.
In alcuni caseggiati si vivono situazioni assurde. La cronaca, al riguardo, ha portato alla luce casi di persone che per uscire o entrare nella propria abitazione devono chiedere il permesso per non intralciare il traffico di stupefacenti.
Eppure, nonostante questo, è assolutamente “immeritata” la nomea di quartiere simbolo del degrado.
Scampia, ad esempio, è il quartiere con la più alta percentuale di verde pro capite della città. Ed è anche il quartiere più giovane, dove la popolazione invecchia meno che in altri quartieri.
Ci sono una settantina di associazioni culturali e sportive attive. C’è il Centro Hurtado, che nel 2009 ha vinto il premio Napoli e che nello scorso mese di maggio ha ricevuto dal Questore della Provincia di Napoli un attestato di benemerenza per la legalità; un carnevale in piazza, organizzato dal Gridas da circa un trentennio, che richiama gente da altre regioni; un “caffè letterario” che ha in media un pubblico di quaranta cinquanta persone con punte anche più alte; una “università per tutte le età” con seminari, convegni e laboratori; una palestra molto frequentata, messa su dal campione olimpionico di judo Giuseppe Maddaloni; una scuola calcio confortata dall’apporto di due campioni, quali Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara, oltre che dall’Arci Scampia; un foglio mensile (Fuga di notizie), promosso dai gesuiti, che nel 2010 ha festeggiato i primi venti anni di vita; un sito web (www.fuoricentroscampia.it) con contatti persino dagli U.S.A.; una radio locale “radio sca” messa su da giovani imprenditrici che abitano in zona, una piccola casa editrice (la Marotta & Cafiero), portata di recente a Scampia da Rosario Esposito La Rossa, uno dei più giovani scrittori campani di successo.
Scampia, infine, è uno dei pochi quartieri che ha tentato, e con discreti risultati, di rapportarsi positivamente con i rom per risolvere civilmente e democraticamente alcuni problemi, come ad esempio: la frequenza scolastica, la raccolta dei rifiuti e i fumi tossici, che in parte si levano dai loro campi.
Ed è anche il solo quartiere della città ad avere un’eroina di carta, che già nel nome rivendica le sue radici scampiesi “Susetta Spinola di Scampia”, la quale oltre ad apparire on line e su un discreto numero di pubblicazioni cartacee ha visto le sue vignette più significative confluire in una raccolta a cura di the Boopen editore. .
Allora, dov’è il problema? Il problema è che al disagio di abitare in una zona non agevole, dove è difficile spostarsi, andare da un luogo all’altro, se ne aggiunge un altro; e di non poco conto: la difficoltà di dire dove abiti senza suscitare nell’interlocutore diffidenza, pregiudizi, voglia di interrompere la comunicazione.
E’ ampiamente diffusa l’idea errata che a Scampia abitino solo spacciatori, drogati e persone che, in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, siano immischiate con la camorra. La stessa polizia, quando un giovane portatore di handicap, Antonio Landieri, fu ucciso da una pallottola vagante durante uno scontro tra bande rivali, pensò che questi facesse parte di una delle due fazioni e ci vollero anni perché la verità giudiziaria fosse ristabilita. La convinzione che a Scampia ci sia solo illegalità spinge il tuo interlocutore a guardarti in modo strano, a chiedersi se è il caso a continuare a discorrere lì con te; e, se si convince che in fondo sei una persona onesta, ti chiede (o si chiede) chi te lo fa fare di continuare a vivere lì.
Accade così che spesso, se al povero scampiese gli si chiede dove abiti e questi non abbia voglia di sottoporsi a un insopportabile processo kafkiano, decida di negarsi e di inventarsi una residenza di comodo.

Salvatore Tofano