Scampia. Italia.
Un altro quartiere, un'altra città, un altro stato, un altro mondo.
L’ANGOLO DEI PENULTIMI

A Scampia è meglio essere “ultimi” o “penultimi”?

Nel 2007, subito dopo la presentazione del suo libro “L’Angolo della Gru, dieci anni di storia di un circolo di periferia”, avevo chiesto al prof. Aldo Bifulco di approfondire il concetto di “penultimi” da lui utilizzato nel testo. Ne conversammo davanti a un caffè. Essendo amici e colleghi, ovviamente ci demmo del tu e ci chiamammo per nome. Questo il resoconto di quella conversazione, purtroppo ancora attuale perché poco è cambiato.

SALVATORE Mi piacerebbe ragionare con te sulla condizione dei “penultimi”, ovvero di quei giovani di Scampia, per i quali, come tu scrivi, l’aver conseguito un diploma o una laurea è paradossalmente un “disvalore aggiunto”. Ma, prima di iniziare, mi piacerebbe sapere se il termine da te utilizzato di “penultimi”, rivolto ad essi, sia mutuato da altri autori o sia solo una tua felice “invenzione”.

ALDO Il termine “penultimi” non l’ho mutuato da altre letture o da altri autori e non so se sia stato usato o sia usato con l’accezione che gli vogliamo dare noi. E’ nato di impatto di fronte alla serie di suicidi di giovani verificatisi anche nel nostro quartiere che non hanno fatto rumore, non hanno aperto un dibattito nè fatta emergere la necessità di analisi approfondite, dentro e fuori il nostro territorio. La mia condizione di docente (avrò incontrato migliaia di giovani in questi decenni), di genitore e di amico, mi ha messo in relazione con la sofferenza interiore, carsica, di giovani che malgrado l’impegno, la dedizione, la buona volontà sono stati scarsamente considerati dalla società: molti di essi sono diventati “pietre scartate”.

SALVATORE Sicuramente sul tuo discorso pesa la specificità di un quartiere fortemente a rischio come Scampia, dove si respira la violenza già dalla morfologia territoriale. Più che un quartiere sembra un deserto, popolato di giganteschi e fallici mostri di cemento pronti a ghermirti coi loro artigli, e le strade più che strade appaiono come minacciose “lingue” d’asfalto dalle quali “fuggire”, pigiando l’acceleratore a più non posso. Mancano del tutto piazze, strade da passeggio con negozi e vetrine, cinema, teatri, librerie, ecc. dove spendere la propria “sensibilità culturale e relazionale”. Il martellamento mediatico non fa che ricordarci che qui imperano spaccio, droga e ammazzamenti vari.
ALDO La desolante architettura di Scampia, le limitate opportunità di incontro e soprattutto l’assenza di prospettive di lavoro rendono il quartiere un caso particolare, ma la questione che ho sollevato travalica i confini territoriali: tutti i giovani hanno diritto ad un futuro. Intanto vorrei sgombrare il campo da un possibile equivoco. L’area dell’emarginazione, della povertà, dell’esclusione rappresenta il luogo privilegiato dell’impegno. “Dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, accogliere lo straniero” devono rappresentare una preoccupazione costante. Ma la categoria degli “ultimi” va rivisitata, precisata e forse allargata. Va riconsiderata, nello spazio e nel tempo, e mette in crisi il modello di sviluppo prevalente e il sistema di valori che lo sottendono.

SALVATORE La tua denuncia si traduce nell’invito a non preoccuparsi solo degli “ultimi”, ma anche dei “penultimi”, se non addirittura più dei penultimi che degli ultimi, essendo i penultimi in un quartiere come Scampia più fragili degli altri.

ALDO La prima questione da considerare è di tipo “culturale”. L’ “ultimo” è fortemente presente, per lo meno nelle analisi e anche nelle dichiarazioni di una certa area. Non mi pare che la stessa prenda in considerazione, sia sul piano teorico che nei programmi concreti, la categoria dei “penultimi”. L’imperativo è “che ce la debbono fare da soli (facendo eccezione… per quelli che ci sono molto vicini!!)”, perché, in fondo, a noi piace la cultura del “pioniere”, della “scalata individuale”, dell’autonomia spinta. La “dipendenza”, il “vincolo” sono stati e sono considerati degli ostacoli da cui liberarsi in fretta. Invece, e di questo mi vado sempre più convincendo, è tempo di inaugurare il paradigma della “interdipendenza”, perché siamo accomunati, sostanzialmente, dalla stessa sorte. In questa prospettiva veramente non ha più senso la ricchezza individuale, l’accumulazione, il consumismo sfrenato, la violenza. Sobrietà e felicità si interfacciano; e acquistano grande valore tante dimensioni della vita oggi trascurate: la relazione, la cultura, la bellezza. Inoltre è da considerare che mentre spendersi per sostenere “gli ultimi” gratifica la nostra coscienza; la pretesa di equità da parte dei “penultimi” non sempre è facile accettarla.

SALVATORE Forse perché l’attenzione verso gli ultimi è radicata nella nostra cultura, in particolare in quelle che sono le sue radici cristiane. Gesù preannuncia che “gli ultimi saranno i primi” e, nella parabola del “figliol prodigo”, propone ad esempio la figura di un padre che festeggia col vitello più grasso il ritorno del figlio, che è un poco di buono, disconoscendo le rimostranze dell’altro figlio, che invece ha sempre fatto il proprio dovere e vive come un’ingiustizia la decisione del genitore.

ALDO Capisco la tua argomentazione che fa riferimento a una interpretazione della parabola del “figliuol prodigo” ancora molto diffusa, ma che un’esegesi più moderna ha rivisto a partire proprio dal titolo che è la parabola del “padre misericordioso”. Infatti è il padre il vero protagonista perché è disposto a perdonare, a condonare a prescindere dai meriti del figlio; anzi a prescindere anche dalle ragioni del suo avvicinamento che sono del tutto interessate e materiali, la fame. Nel figlio non c’è traccia di un vero pentimento. E’ un brano dal profondo contenuto teologico che accentua la prospettiva creaturale dell’uomo di fronte al Dio Padre. E nella prospettiva della relazione personale non ho motivi per non considerare questo approccio, lodevole, eroico. E’ diverso se noi ci spostiamo sul versante della strategia sociale e politica. Fermo restando il principio che a tutti vanno riconosciuti i diritti fondamentali, anche il diritto all’assistenza e alla rieducazione, dopo aver commesso reati, mi sembra assurdo non garantire reddito e giustizia a chi lo ha meritato con un impegno costante, con il rispetto delle regole, con l’assunzione di responsabilità. In questo ambito potrei anche accettare che “gli ultimi saranno i primi”….. purché “i penultimi fossero per lo meno considerati secondi”!!!

SALVATORE I penultimi, nella gran parte, abitano nei parchi, una sorta di fortini postmoderni, dove vige quella che tu chiami la “cultura del recinto”. I muri di cinta, eretti lungo i lati perimetrali, insieme ai cancelli elettronici e alla presenza di guardianie private, sono la traduzione visibile e fattuale delle paure e idiosincrasie di quanti vivono in essi, i quali non hanno solo il timore che gli portino via l’auto o che possano essere oggetto di violenza fisica, ma anche la paura di essere contagiati, di essere visti come quelli di “fuori”, la voglia soprattutto di marcare la propria “diversità”. Quei muri si ergono come una pietra tombale volta a seppellire ogni dialogo. Il tuo paradigma della “interdipendenza”, anche alla luce dei recenti risultati elettorali, ha una strada “antropologicamente” tutta in salita.

ALDO Non credo che i giovani a cui faccio riferimento siano animati da un senso di “superiorità” (una sorte di leghisti di Scampia!). Molti hanno fatto volontariato, sono generosi e disponibili a dare una mano a chi si trova in difficoltà. Alcuni fanno parte di quel gruppo misto, adulti e ragazzi, che circa vent’anni fa diedero vita ad una delle prime esperienze di grande impatto culturale e sociale che portò alla realizzazione del videoclip dal titolo emblematico di “Abbattiamo i cancelli della paura!”. Sui volti, ormai adulti, di questi giovani, spesso con la valigia pronta per partire, si legge la delusione e la stanchezza. Bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni per cui alcuni maledicono il “territorio” che gli ha rubato la giovinezza senza offrirgli prospettive e spingendoli sempre più in habitat angusti, protetti ma asfissianti. L’illegalità e l’invivibilità sono innegabili, eppure se vogliamo alimentare qualche speranza a questi giovani dobbiamo rivolgerci. Essi potrebbero diventare “pietre d’angolo”, essere l’ossatura, il tessuto connettivo del quartiere, capaci di fargli fare quel salto di qualità che da troppo tempo auspichiamo. La loro azione trascinerebbe l’intera comunità, anche gli ultimi, verso orizzonti più significativi. Cambiare il contesto è spesso più fruttuoso di azioni dirette, ma scollegate e temporanee.

SALVATORE A Scampia ci sono tantissime associazioni socioculturali e parrocchie, che cercano di fare aggregazione. Le scuole non mancano. C’è un foglio come FdN e il periodico on line www.fuoricentroscampia.it Alcune attività stanno diventando “storiche tradizioni” (penso al carnevale del Gridas e al caffè letterario del prof. Maiello). Ci sono luoghi di ritrovo dove sentirsi un po’ “società civile”; ad esempio, il Centro Hurtado, la sede del Gridas, la palestra Maddaloni, l’anfiteatro comunale. C’è una villa pubblica tra le più belle della città. Eppure, la sensazione è che siamo sempre a zero. Come te lo spieghi?

ALDO Da tempo vado affermando che per affrontare seriamente la questione Scampia dobbiamo partire da quelle che considero le sue risorse: la rete di Associazioni che fanno rete (escludendo i “pescecani”), il verde, la grande quantità di giovani, in particolare i “penultimi”, quelli che hanno acquisito cultura, competenze, valori, titoli. Ci vorrebbero politici sensibili, lungimiranti, attenti ascoltatori, sostenitori di un’autentica partecipazione, ma nel contempo anche le Associazioni e soprattutto le Istituzioni di massa (scuole e parrocchie) dovrebbero superare quella che abbiamo definito la “cultura del recinto”, che vivessero meno di auto referenzialità, di autoesaltazione delle proprie belle esperienze, per promuovere un’autentica, cruda, forte cittadinanza attiva per la conquista del territorio. A Scampia arrivano le risorse, ma quasi sempre rappresentano una specie di partita di giro: studiosi, architetti, amministratori, sociologi, attori, scrittori esterni…. a tutti Scampia ha dato un’opportunità! Ma cosa è rimasto? Abbiamo bisogno di normalità, continuità, prospettiva. A Scampia abbiamo una grande tradizione per quanto concerne l’ambito culturale e l’animazione. Il quartiere è stato un permanente laboratorio aperto: il terreno è ben concimato e allora tutti si inseriscono in questo solco fertile. Se è vero che non si vive di “solo pane”, è anche vero che non si può vivere “senza pane”.

SALVATORE Ci sono speranze per i “penultimi” o non ci resta che l’abusato “fujtevenne”?

ALDO I giovani hanno diritto al futuro e non possiamo pensare di tenerli legati a una realtà territoriale senza creare, magari assieme a loro, occasioni, possibilità concrete. Per questo guardo con grande simpatia alla Coop. L’Uomo e il legno e alla Coop. La Roccia: esse rappresentano il sentiero da percorrere. Esperienze del genere dovrebbero essere il collettore di risorse da parte delle Istituzioni, essere affiancate da professionalità sensibili e sostenute dalla Società civile. I “penultimi” non sono in grado di partecipare al grande supermercato della droga che rimane ancora il bacino occupazionale più fiorente di Scampia; è più facile per essi diventarne vittima. Non possiamo pensare di risolvere il problema soltanto facendoli ballare e cantare, specie se ciò si riduce solo a un mese o a un anno della loro esistenza.

Salvatore Tofano